La semina del mattino
2292. «Abbattiamo l’albero nel suo pieno vigore, strappiamolo dalla terra dei viventi; nessuno ricordi più il suo nome» (Ger 11,19).
Con un piccolo anticipo la Liturgia odierna proclama col profeta Geremia, quanto più diffusamente si ascolterà coi cosiddetti «Canti del Servo di Jahwé». Le tematiche che prospettano la passione di Gesù Cristo sono comuni a tanti profeti anche se con sfaccettature diverse. Geremia nella sua vicenda personale, incompreso, combattuto, rivela in prospettiva la stessa realtà che sarà applicata dalla Tradizione cristiana al mistero della sofferenza redentiva di Cristo. Ad Anatot il profeta viene perseguitato e si sente come un agnello mansueto condotto al macello. Sente attorno a sé le indignazioni e le risoluzioni del popolo inferocito che vuole la sua condanna e la sua morte. Sembra di leggere le stesse parole di Isaia. Questo criterio liturgico aiuta a comprendere come il mistero della passione di Cristo è fortemente presente nella predicazione messianica dei profeti e si compie quasi alla lettera. Nel momento della massima forza, proprio come un albero nel suo rigoglio, il profeta è votato all’abbattimento, alla distruzione. L’invidia, la paura, il netto rifiuto sono all’origine di questo gesto che mira alla cancellazione totale di una persona, senza lasciare traccia. Questa violenza che desta inquietudine, e che tenta di cancellarne anche la memoria, si perpetua anche oggi in molteplici contesti della vita e della società, della politica ed anche della Chiesa. Chi dà fastidio, deve essere annientato e, se non ci si riesce, vilipeso, perseguitato, offeso. Le parole chiare creano imbarazzo: le sciocchezze e le banalità dette, scritte e pubblicate attirano. Gli strilloni sono ascoltati, chi parla con la profondità della parola e del silenzio pur assordante, non è preso in considerazione. P. Angelo Sardone