2259. «Si leva il sole col suo ardore e fa seccare l’erba e il suo fiore cade, e la bellezza del suo aspetto svanisce»

La semina del mattino
2259. «Si leva il sole col suo ardore e fa seccare l’erba e il suo fiore cade, e la bellezza del suo aspetto svanisce» (Gc 1,11).

In preparazione immediata alla Quaresima la Liturgia proclama e dona alla riflessione comune un significativo brano della Lettera di Giacomo, una delle cosiddette lettere cattoliche, cioè rivolte a tutti. Simile ad un’omelia, fu composta tra il 70 ed il 100 d.C. ed è attribuita a Giacomo il Giusto, capo della Chiesa di Gerusalemme. Il tema annunciato nei primi versetti riporta l’immagine del sole che brucia l’erba e fa cadere il fiore. La metafora della condizione umana intende affermare che la bellezza, la forza e la ricchezza umana sono tutti elementi passeggeri e temporanei. In pratica il messaggio intende offrire un invito all’umiltà e spronare a non confidare in tutto ciò che è materiale, perché ogni cosa è fragile e passeggera. Gli elementi presi dalla natura, l’erba, il fiore, il sole, rappresentano la vita terrena, sempre fragile e breve, la bellezza, la giovinezza, la ricchezza, il successo, cose tutte che sono sotto il dominio del tempo, delle prove e di una forza della natura che distrugge ciò che è temporaneo. È chiamato in causa il sole nella sequenza ritmica del suo ruolo: si leva, fa seccare l’erba; il fiore perde la sua vitalità e la bellezza svanisce. Ciò richiama il senso della vanità delle cose terrene e del lento fluire della storia e degli eventi, cui non ci si abitua con facilità. L’uomo è proprio come un fiore: la sua bellezza e la gloria terrena sono destinati a perire. È interessante allora considerare con attenzione il contrasto tra l’apparenza e la realtà, la fragilità della bellezza e la caducità della condizione umana in questa allegoria dell’esistenza umana. P. Angelo Sardone