2246. «Questo è un vero martire; per il nome di Cristo ha versato il proprio sangue, non ha temuto le minacce dei giudici: così è giunto nel regno dei cieli»

La semina del mattino
2246. «Questo è un vero martire; per il nome di Cristo ha versato il proprio sangue, non ha temuto le minacce dei giudici: così è giunto nel regno dei cieli».

Questa antifona dà il tono alla memoria Liturgica, se pure facoltativa, di S. Biagio vescovo di Sebaste, in Armenia e martire, molto venerato ed invocato dal popolo di Dio in Oriente ed in Occidente. Avendo guarito un bimbo cui si era conficcata una lisca in gola, è invocato come liberatore del mal di gola e, come dice la formula devozionale «di qualunque altro male». In questo giorno a lui viene associato il rito devozionale della «benedizione della gola», che il ministro ordinato compie con due candele benedette il giorno della Candelora, incrociate sulla gola. Fa parte dei quattordici santi detti «ausiliatori», cioè che sono invocati per la guarigione di mali particolari. La sua vicenda umana cavalca la storia e la leggenda. Il martirio avvenne nel corso delle persecuzioni dei Cristiani, intorno al 316, sotto l’imperatore Valerio Licinio. Catturato dai Romani fu picchiato e scorticato vivo con dei pettini di ferro, quelli che venivano usati per cardare la lana e decapitato per aver rifiutato di abiurare la propria fede in Cristo. La gola è il luogo fisico del respiro, della parola, dell’alimentazione. Un’autentica devozione a questo santo non deve limitarsi solo a chiedere la sua protezione ed intercessione per guarire dal mal di gola, ma a fare in modo che ogni parola che esce dalla bocca non sia parola cattiva, ma solo parole buone e necessarie per l’edificazione ed utili a chi ascolta (Ef 4,29), onde evitare la maldicenza, e promuovere invece un linguaggio che favorisca la grazia e il perdono e dica la verità nella carità. P. Angelo Sardone