2353. «Fratelli, io sono fariseo, figlio di farisei; sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti»

La semina del mattino
2353. «Fratelli, io sono fariseo, figlio di farisei; sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti» (At 23,6).

La liturgia della Parola nel corso della celebrazione giornaliera dell’Eucaristia, per quanto possa seguire un fedele iter storico e cronologico, necessariamente opera dei tagli limitandosi a fatti salienti, proporzionati ai tempi di ascolto ed alla necessaria attenzione. Per questo, come avviene nella lettura attuale delle vicende che si riferiscono a S. Paolo, riportate negli Atti degli Apostoli, da un giorno all’altro si passa da un capitolo ad un altro con vuoti storici e cronachistici. Ciò deve indurre a riprendere i testi ascoltati e rileggerli nel contesto di una lettura sistematica che non può avvenire necessariamente nell’aula liturgica e nel contesto della celebrazione eucaristica. Paolo è passato da Mileto a Cesarea, e, nonostante l’evidente pericolo, a Gerusalemme, dove è pronto non solo ad essere legato ma anche a morire per il nome del Signore Gesù. Qui in effetti avviene una sommossa nel tempio: viene accusato di essere sobillatore di coscienze e profanatore del luogo sacro. Interviene la forza pubblica romana che lo arresta e lo lega con catene. L’Apostolo sa difendersi da solo e lo fa egregiamente, partendo dalla storia della sua conversione. Attesta quindi la sua identità di fariseo, soprattutto quando scorge che l’assemblea giudicante è formata da farisei e sadducei ed introducendo il discorso sulla risurrezione, assolutamente riprovevole per i sadducei. Lo fa con intelligenza e sagacia. Dovremmo imparare qualcosa in più sia preti che laici, da questo esempio coraggioso ed efficace di testimonianza di vita cristiana. P. Angelo Sardone