La semina del mattino
2295. «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita» (Nm 24,8).
Il cammino dell’esodo è irto di tante difficoltà dovute a situazioni diverse: lunghezza del viaggio, mancanza di acqua, di pane, di carne, stanchezza e scoraggiamento del popolo. La via di soluzione la trova sempre e comunque il Signore, ma la mormorazione e la ribellione unite alla sfiducia sono all’ordine del giorno. Chi ne fa le spese è Mosè. Ma il Signore non sta a guardare: sa bene la durezza di mente e di cuore del suo popolo ed interviene con elementi pedagogici anche duri. È il caso dei serpenti brucianti che mordevano la gente e tanti Israeliti muoiono. La lezione è abbastanza efficace: il popolo riconosce di avere sbagliato e ricorre come al solito a Mosè perché interceda presso il Signore. Jahwé gli ingiunge pertanto di fabbricare un serpente di bronzo e tenerlo esposto sopra un’asta, in modo che quando qualcuno era morso, bastava che guardasse il serpente per restare in vita. Gesù Cristo stesso cita questo avvenimento nel discorso battesimale con Nicodemo, e lo applica a se stesso nel mistero del suo innalzamento sulla croce: tutti coloro che credono avranno la salvezza. La continua lamentela e la sfiducia che si ingenera quando non ci abbandona davvero a Dio, allontanano da Lui. Questa situazione si ritorce sulla singola o comune responsabilità con una forma di punizione a volte anche mortale. Quando si riconosce il proprio errore e si chiede aiuto, attraverso la fede che porta la guarigione, ci si apre alla salvezza. In particolare i cristiani vedono nella croce la salvezza dal peccato. Nell’ultimo tratto della Quaresima questa è un’occasione per fare luce all’interno di sé ed affidarsi a Dio. P. Angelo Sardone