L’anima di Gesù è triste fino alla morte.

L’anima di Gesù è triste fino alla morte. E’ una delle parole che da sempre impressiona il mondo e turba il pensiero dell’uomo. Cristo avverte e vive un’angoscia mortale, preludio della sua “kenosi”, l’annientamento. E’ una delle manifestazioni più toccanti riportate dai Vangeli, che caratterizzano in pieno la più profonda umanità del Figlio di Dio fatto uomo. Sulla soglia della passione redentiva, fine ultimo della sua missione di Salvatore, Egli vive la tristezza amara della solitudine, dell’abbandono, della incomprensione del messaggio di amore che, per volere del Padre, deve necessariamente passare attraverso la sofferenza e la morte. Con delicatezza espressiva segnala agli apostoli più fidati che si è portato con sé, il bisogno di una presenza confortante in un momento così difficoltoso, in un travaglio così angosciante, quasi ad elemosinare un po’ di attenzione anche in silenzio; presenza e silenzio che esprimono affetto, partecipazione, sostegno, aiuto. Avverte finanche l’abbandono di Dio. Gli apostoli non capiscono questo insolito linguaggio: sono lì con Lui nel podere illuminato dalla luna piena, per fargli compagnia, ma portano il peso della loro umanità sopraffatta dalle preoccupazioni giornaliere, dalla stanchezza e dal sonno della poca fede, dallo scoraggiamento, dall’incertezza del futuro. Testimoni silenziosi di questo inizio di passione sono gli ulivi le cui radici sporgenti sono accarezzati e colorati dal rosso vivo del sangue anzitempo sgorgato dal suo corpo ancora intatto. Gesù non chiede di capire, ma di far compagnia, fermarsi di a vegliare con Lui. Per tre volte, si allontana da loro e prega. Per tre volte li trova addormentati. Al compimento dell’ultimo tratto del suo cammino di salvezza, è solo. La solitudine si traduce in profonda tristezza, delusione, paura della morte. Questa situazione, tante volte, come oggi, è lo specchio della vita di ciascuno. Anche se soli, siamo confortati dalla certezza che così «Gesù prese su di sé la nostra morte e fece nostra la sua vita» (S. Agostino). Anche se nel nostro “orto degli ulivi” ci sentiamo terribilmente soli, a pochi metri da noi veglia e prega per noi e con noi Gesù. Col suo silenzio misterioso e la sua tristezza profonda, sostiene la nostra tristezza, riempie la nostra solitudine, conforta i nostri cuori, asciuga le nostre lagrime. Coraggio, non siamo soli! P. Angelo Sardone